domenica 16 luglio 2017

Presentazione Libri Condaghes "Gigantes de Pedras" e "Gherreris", Cuglieri 22/07/17


Non perdete la presentazione che si terrà sabato 22 Luglio a Cuglieri: tre autori, due libri, un solo editore. 

Gigantes de Pedras
Quali segreti nascondono i nuraghi? Perché erano posizionati su punti precisi del territorio? In che modo furono costruiti? Come spiegare i curiosi effetti luminosi relazionati con gli astri che si possono vedere in questi monumenti?

Gherreris
Perché i cosidetti pugilatori di Mont'é Prama risultano armati di un pugnale in bronzo? Chi erano realmente questi personaggi? Cosa rappresentano in realtà i bronzetti nuragici?

Queste e molte altre domande troveranno delle possibili risposte. Non perdetevi la presentazione dunque!

Link Evento su Facebook

venerdì 21 ottobre 2016

Presentazione del nuovo libro G.R.S.: "Gigantes de Pedras", Condaghes 2016.


Il G.R.S. Gruppo Ricerche Sardegna è orgoglioso di annunciare la 3° conferenza del libro "Gigantes de Pedras, I nuraghi: templi della luce", presso la sede dell'associazione culturale Crakeras, ad Oristano.

Sinossi del libro:
<< Il volume si divide in tre parti,sapientemente distribuite tra il testo cartaceo e gli approfondimenti contenuti nel DVD allegato.
1) Uno studio accurato sui possibili metodi adottati dai nuragici per la costruzione e l’insediamento dei nuraghi costieri e portuali, Comunicatori e Clusters.
2) Un saggio sull’aspetto puramente architettonico dei nuraghi,con uno studio sostanziale sui cosidetti nuraghi Monotorre e le torri arcaiche dei nuraghi complessi.
3) L’esposizione di diversi casi di studio sul verificarsi di eventi astronomici all’interno di numerosi monumenti (Il tecnicismo della luce del toro, il tema delle stanze del sole, e la ricerca sul fenomeno della luce dai fori apicali).
Tombe dei giganti, pozzi sacri, templi a megaron, rotonde, capanne lustrali, domus de Janas e menhir sono tappe altrettanto importanti di questo affascinante percorso alla scoperta dell’ingegno e dello spirito di quel popolo che riuscì a innalzare verso il cielo questi Giganti di Pietra.>>

Vi aspettiamo sabato 22 ottobre 2016 alle ore 18:00.
Non mancate.

mercoledì 24 febbraio 2016

Autolesionismo CINE-archeologico in Sardegna.


Foto by Dymet

Queste sono le scale per lo "Skellig Michael Monastery", in Irlanda. Sono state riprese per le scene finali dell'ultimo Guerre Stellari (Star Wars). Milioni di persone al mondo hanno visto i bellissimi paesaggi che caratterizzano questo luogo, la sua importanza non è solo storica, ma anche archeologica.
Pensate forse che quando è giunta la richiesta per girare le scene, l'ente di riferimento che gestisce il turismo ed i beni archeologici irlandesi si sia messo il problema di sembrare nazionalista, di dare un taglio fantascientifico alla cultura irlandese o menate varie al seguito? Stiamo pur parlando di Guerre Stellari, insomma: astronavi, distanze siderali, cavalieri Jedi armati di spade Laser, non è che qualcuno potrebbe pensare che questo posto sia stato costruito dagli alieni? Non è che qualcuno potrebbe fraintendere la storia di questo luogo, e pensare che sia semplicemente il set di un episodio di un film? Al turismo Irlandese questo non importa un beneamato fico. L'importante è che il mondo conosca questo luogo bellissimo, e che venga a visitarlo, come primo passo sapranno cosa è, dopo verrà istruito a dovere sulla sua storia e sulla sua importanza, forse anche condendo il tutto con un po' di mitologia. L'equazione: cinema (con rispetto per quello che si usa)=visibilità=soldi non penso sia difficile da capire, e presumo che chi gestisce i beni culturali Irlandesi lo sappia bene e ci abbia visto lungo. Invece in SARDEGNA, nel nome di chissà quale filosofia autolesionistica, che fa sempre riferimento alla "purezza" dell'archeologia senza se e senza ma, sino all parodia più indescrivibile di è stessa, siamo riusciti a boicottare un'opportunità come le riprese di "Iskida nella terra di Nurak", libro Fantasy di Andrea Atzori e futuro progetto cinematografico seguito nientemeno che da Anthony la Molinara (famoso per Spider Man). Sarebbe stata un'opportunità per far conoscere al mondo i nostri incredibili Nuraghi, strutture ciclopiche dell'età del bronzo realizzate senza cemento, con massi pesanti diverse tonnellate, monumenti che spesso non conoscono neanche gli archeologi Italiani, senza parlare di quelli Europei, figuriamoci la gente comune! Sappiate che la gente comune, negli altri paesi, conosce a malapena il nome Sardegna. A quale crescita turistica possiamo auspicare, se continuiamo a metterci continuamente i bastoni tra le ruote da soli?
Think about it!





Il nuraghe Corbos di Silanus, da Wikipedia.

domenica 14 febbraio 2016

Zigantes de Pedras Tomo II: Recensione di Gabriele Maestri

Dopo aver letto il secondo volume ”Architettura sacra” dell’opera “Zigantes De Pedras” a cura del G.R.S. – Sandro Garau, Alessandro Atzeni , Tonino Mura – mi preme di fare alcune osservazioni.
Per prima cosa vorrei “sgridare” i tre autori perché hanno scritto e pubblicato questi libri con alcuni anni di ritardo. Non avendo a disposizione questi libri sono stato costretto a visitate negli anni passati i nuraghi, pozzi, tombe, insediamenti e quant’altro di nuragico unicamente con il piglio da turista. Guardi, capisci poco, fai un casino di foto e ti sembra di aver inteso tutto. E molti di questi da me visitati sono descritti nel libro, e sono evidenziate le cose che da buon turista non avevo notato. Pertanto la “sgridata” ve la siete meritata tutta.
A parte questa che potrebbe sembrare una battuta, mi voglio congratulare con questi tre signori per l’opera che hanno realizzato. Ho già avuto in passato l’occasione di apprezzare gli scritti del G.R.S. come il Tomo I dei Zigantes…, o come “La Luce del Toro” o altri interventi nei social e nei forum e con uno di loro anche di persona.
Sempre semplici, logici, chiari, documentati e con tanta voglia non di darti delle tesi assolute, bensì la voglia di portare chi legge attraverso un chiaro e documentato percorso mentale che conduce a delle conclusioni difficilmente contrastabili.
Nel libro moltissime foto, schemi, schede, non di uno o due nuraghi, ma di decine da loro visitati, fotografati e misurati in ogni particolare. E attraverso questa conoscenza acquisita sul campo presentano le logiche conclusioni. Per documentare gli spessori murari mettono le misure di 37 camere delle torri. O per ragionare sui mensoloni mettono la forma e le misure di 42 mensoloni diversi, decine di piante delle torri, oppure 16 pagine di schede complete di nuraghi monotorre e complessi.
Una mole di materiale sulla quale ragionare.
Difficile commentare tutto il contenuto e forse è meglio che chi è interessato al tema si procuri i tre libri della collana. Mi soffermo brevemente su alcuni aspetti che maggiormente mi hanno intrigato.
- La “cucitura dei paramenti” e “posa e registrazione” della torre. I corridoi e spazi interni progettati prima ancora di mettere su la prima pietra. Al solo pensare quanto ingegno, quanto lavoro organizzativo, quanti attrezzi e macchinari di ogni specie, conoscenze geologiche e di stabilità della struttura di questa mole, quanta immaginazione hanno avuto questi costruttori, vien voglia di chinare il capo con estrema umiltà nei loro confronti. E pensare che per fare diverse migliaia di queste torri le “ditte” costruttrici dovevano essere tante.
- L’utilizzo delle nicchie poste su diverse altezze come depositi delle spoglie mortali con relativi corredi. Come nei tempi moderni all’interno delle cattedrali si facevano inumare i personaggi di alto rango civile ed ecclesiastico, così nel periodo nuragico si deponevano nelle nicchie le spoglie probabilmente dei personaggi di alto rango. Nel testo non c’è scritto se sono state trovati solo dei corredi o anche urne cinerarie o anche le ossa dello scheletro. Nell’ultimo caso si sarebbero potute fare delle indagini di varia natura.
- Il passaggio architettonico e stilistico visibile in diversi particolari dei betili torre, altari in pietra, pozzi sacri e rotonde nel periodo tra la fine della costruzione dei nuraghi e secoli successivi.
Sono citati e descritti coi particolari diversi tra pozzi e edifici cultuali. Mi è dispiaciuto di non aver visto la descrizione particolareggiata (anche se indicata nella tabella dei pozzi – 47 in tutto) del complesso di Mezanni di Vallermosa composto da alcuni pozzi a raso, un pozzo coperto, due aree cultuali. Molto suggestivo anche per la localizzazione. E’ stato l’ultimo monumento che ho visto in terra sarda.
(mio album qui: https://photos.google.com/…/AF1QipPVGZQr6OSs5-vOIMszzHrgUML… )
- Osservazioni su giganti di Monti Prama, cosa rappresentavano e come erano situati all’interno del complesso. Concordo (per quel che vale) con l’idea che rappresentassero dei combattenti-atleti. Secondo me, e lo suggeriscono anche gli autori, non nel senso sportivo bensì come lottatori nelle cerimonie cultuali e funerarie. Simili attività erano in uso presso Camuni, Campani, Etruschi.
Le corna probabilmente infisse nei fori dei betili per “santificare” il modellino torre nuragica.
Tra molti popoli e in diverse epoche le corna indicavano uno status di eroe, sacerdote, simildivinità.
Nei tempi storici, periodo vichingo, a dispetto dei romanzi folcloristici che volevano le corna su ogni elmo, queste erano riservate ai soli einherjar ossia eroi caduti in combattimento.
Quindi i giganti come eroi divinizzati sono la spiegazione più plausibile.
Un ultima osservazione, per la quantità di materiale che a volte costringe a tornare ai capitoli già letti per capire meglio e confrontare i dati, sarebbe forse stato meglio dividere il tomo in due volumi più facili da maneggiare.
Adesso mi prendo una piccola pausa di qualche giorno/settimana e comincio il tomo III.

Complimenti ancora.

martedì 8 dicembre 2015

Zigantes de Pedras: Tomo III, Archeostronomia nuragica



Dal tempo della pubblicazione del libro “La Luce del Toro” era desiderio degli autori scrivere un testo ben più esaustivo. Il testo, nato come un singolo volume, è stato diviso sin dall’inizio, per comodità, in tre parti principali: insediamento, architettura ed astronomia. Per questioni editoriali, tuttavia, è stato necessario suddividere fisicamente le varie parti, ora distinte in volume I: “Insediamento” in pratica uno studio sulle modalità adottate dai nuragici per la costruzione dei loro monumenti eponimi, volume II: “Architettura Sacra”, che affronta il tema da un punto di vista puramente costruttivo, ed infine il volume III: che vi apprestate a leggere, che tratta di archeoastronomia prenuragica e nuragica. Questo terzo ed ultimo volume, o “Tomo III”, di Zigantes de Pedras, si focalizza sull’aspetto archeoastronomico dei nuraghi. Dopo una doverosa introduzione, vengono esposti ed indagati diversi “casi di studio” individuati dagli autori in anni di ricerche. Il tema dei “La luce del Toro” strettamente connesso al tema delle stanze del sole. Oltre alla ricerca sui “fori apicali”, già affrontata in passato ed esposta in maniera preliminare dagli stessi autori sulle pagine delle riviste “Lacanas” e “Fenix”. In definitiva questo terzo volume, espone le principali ricerche degli autori in materia archeoastronomica; in accordo a quanto trattato nei precedenti due volumi e ponendo così una risposta definitiva (secondo gli autori) su cosa servissero i nuraghi.
Attualmente sono disponibili tutti e tre i tomi, per un tempo limitato, potete richiedere le copie contattandoci attraverso la nostra pagina su facebook o sui nostri siti:

https://www.facebook.com/GRS-Gruppo-Ricerche-Sardegna-241224529263628/



sabato 5 dicembre 2015

Zigantes de Pedras, Tomo II, Architettura Sacra



Dal tempo della pubblicazione del libro “La Luce del Toro” era desiderio degli autori scrivere un testo ben più esaustivo. Il testo, nato come un singolo volume, è stato diviso sin dall’inizio, per comodità, in tre parti principali: insediamento, architettura ed astronomia. Per questioni editoriali, tuttavia, è stato necessario suddividere fisicamente le varie parti, ora distinte in volume I: “Insediamento” in pratica uno studio sulle modalità adottate dai nuragici per la costruzione dei loro monumenti eponimi, volume II: “Architettura Sacra”, che affronta il tema da un punto di vista puramente costruttivo, ed infine il volume III: che tratta d’archeoastronomia prenuragica e nuragica. Questo secondo volume, o “Tomo II”, di Zigantes de Pedras che il lettore si appresta a leggere, tratta dell’aspetto puramente architettonico dei nuraghi, dedicandosi in maniera approfondita ai cosiddetti nuraghi “monotorre” o alle “torri arcaiche” dei nuraghi complessi. Dopo una necessaria premessa sulle tipologie di murature nuragiche, vengono esposti ed indagati diversi “casi di studio” individuati dagli autori in anni di ricerche. Il tema dei fori pontai, già affrontato in passato ed esposto in maniera preliminare dagli stessi autori sulle pagine della rivista “Sardegna Antica”, si ricollega a quello dei mensoloni osservati in moltissimi nuraghi. Riguardo questo tema, oggetto di accesa discussione, si allaccia la ricerca relativa alle “grappe in piombo”, che ha condotto gli autori verso nuove, interessanti ipotesi ricostruttive. In definitiva, l’analisi architettonica esposta in questo secondo volume, serve per preparare il campo al terzo ed ultimo volume, spiegando il perché sia praticamente possibile osservare certi fenomeni astronomici all'interno di numerosi monumenti nuragici.
Attualmente è disponibile il presente tomo e potete richiedere la copia del precedente volume (Tomo I) “Insediamento”, entrambi per un tempo limitato. Potete richiedere le copie contattandoci attraverso la nostra pagina su facebook o sui nostri siti:

https://www.facebook.com/GRS-Gruppo-Ricerche-Sardegna-241224529263628/



A breve termine sarà disponibile anche l'ultimo volume:

Tomo III “ Archeoastronomia nuragica”

martedì 15 settembre 2015

Zigantes de Pedras, Tomo I: Recensione di Gabriele Maestri



Copertina del Tomo I.


Indice.


Alessandro al nuraghe Is Orixeddus I.


Il monte Acutzu.


Il monte Murtineddu.


Di Gabriele Maestri:

Alcune riflessioni dopo aver letto il libro del G.R.S. Gruppo Ricerche Sardegna di S. Garau, Alessandro Atzeni e T. Mura;
Zigantes de Pedras, Tomo 1 – Insediamento".
Come già il libro precedente del G.R.S. “La Luce del Toro”, anche questo è scritto in modo facile, senza inutili capriole, ben spiegato e ben documentato.
Il libro inizia con una breve spiegazione della tipologia di nuraghi per passare subito dopo alla parte riguardante i nuraghi costieri e quelli lungo i fiumi. Ben presentata e ben argomentata è accompagnata da molte fotografie. Leggendo questa parte del libro si comprende bene come il controllo delle vie d’acqua interne e marittime non poteva che essere svolto dai sardi residenti dell’epoca nuragica. L’attività di trasporto sui fiumi era senz'altro più veloce e sicura che sui sentieri e strade tortuose. Anche se in 3000 e passa anni la morfologia del territorio in pianura e a ridosso delle colline e montagne è cambiata nascondendo probabilmente i vecchi alvei dei fiumi, si capisce bene l’importanza della navigazione fluviale collegata con quella marittima. Da qui si capisce la necessità di controllare queste importanti vie di comunicazione. Costruendo tantissimi nuraghi nelle posizioni opportune sia sulla costa che lungo i fiumi si ha l’impressione che queste popolazioni difficilmente potevano essere in competizione violenta. Era necessaria un’unitarietà d’intenti, una politica mercantile e sociale comune, un governo comune almeno delle zone che dal mare si sviluppavano nel entroterra lungo i fiumi e nelle valli laterali. Non so se potevano essere i famosi cantoni, ma comunque da lì prima o poi nasceva uno stato.
Penso che continuando le ricerche per individuare vecchi alvei dei fiumi si troverebbero forse resti delle imbarcazioni o dei pontili delle zone di scambio merci interne. Nel periodo del bronzo la Sardegna quasi tutta era interessata da una zona climatica atlantica con molte precipitazioni. L'acqua scendendo dai monti a forte velocità cambiava spesso il letto aggirando anche robuste zone collinari. Da questa parte del Tirreno, Reggio Emilia e dintorni, i fiumi si sono spostati in modo naturale di decine di chilometri. Partendo dal punto di sbocco della valle montana e seguendo le conoidi d’eiezione sono stati ricostruiti molti alvei di fiumi grandi e piccoli e di cui spostamento si registrava ancora nel medioevo.
Avere soldi e tempo per fare queste indagini si potrebbe forse trovare qualcosa di interessante.
Intanto accontentiamoci di teoria che è ben documentata e spiegata.

La parte successiva riguarda l’organizzazione delle comunicazioni tra diversi gruppi di nuraghi qui definiti cluster e il controllo del territorio da parte di questi gruppi.
Per poterlo spiegare bene gli scriventi si sono fatti centinaia di chilometri a piedi per verificare la bontà delle loro affermazioni. Con uno di loro, Alessandro Atzeni, ho avuto il piacere di visitare il gruppo di Is Orixeddus (Quartu S. Elena) descritto in questo libro.
Ci sono molte cartine con indicati collegamenti tra nuraghi dei vari cluster tramite un nuraghe chiave o ponte. Le cartine topografiche hanno evidenziate le curve di livello, il che permette di farsi un'idea di posizione e di contatto visivo tra diversi nuraghi.
Non devo aggiungere che la tesi esposta nel libro si oppone alla tesi di “sistema Onnis”, secondo me con successo.
Ci sono molte foto, purtroppo in bianco nero, non sempre di buona qualità. Per questi testi sarebbe forse opportuno allegare un CD con foto a colori e magari in 3D.
Una delle zone prese in considerazione è quella di Quartu. Nel 2012 sono stato con Alessandro a vedere i nuraghi del gruppo Is Orixeddus e lì ho scattato alcune foto che presento qui.
Nella prima c’è Alessandro sulle rovine di Orixeddus 2, segue una catena montuosa ripresa da Is Orixeddus 2, che è il monte Acutzu, con un nuraghe ed il monte Bruncu Casteddu; la terza foto è fatta da Is Orixeddus 1, riprende il monte Murtineddu. Sul passo tra questo monte e il M. Acutzu c’è un nuraghe che collegava i due gruppicluster di nuraghi. Questi monti che dividono i due cluster sono descritti nel libro.

Il libro termina con due domande/ipotesi .
I nuraghi, per il controllo del territorio, almeno uno per gruppo, sono stati costruiti prima del nuraghe ponte? Solo successivamente si è palesata la necessità di un collegamento? Questo ci direbbe che c’è stata un evoluzione di due o più gruppi residenti nelle zone limitrofe che per qualche ragione ha sentito bisogno di creare e mantenere un collegamento per un migliore ed efficace controllo del territorio e che da quel momento in poi non era più inteso individualmente ma come un estensione di tipo nazionale o parastatale.
Oppure: individuato il territorio sul quale disporre due o più gruppi si è prima costruito il nuraghe ponte e dopo i nuraghi delle zone residenziali? In questo caso si avrebbe una pianificazione del territorio di tipo coloniale. Un potere politico/militare decide di collegare e controllare più zone abitate e prima di costruire i nuraghi per il controllo del territorio costruisce il nuraghe ponte.
Come facilmente si capisce, in questo secondo caso si tratterebbe di un organizzazione territoriale e politica di livello superiore.
Una domanda per finire: cosa si intende per il controllo del territorio con una serie di nuraghi anche molto vicini tra loro? Per costruirne uno ci voleva tempo, uomini, soldi e popolazione di supporto che mantenesse ben pasciuti gli operai. Questo per fare un nuraghe poteva già essere un problema, ma per costruirne tanti nei tempi abbastanza ristretti doveva essere molto impegnativo. Il controllo del territorio era possibile in altro modo? Con altre costruzioni meno impegnative? Collegamento visivo con altre costruzioni si poteva fare? Mancava forse il legname in Sardegna?

Ancora complimenti agli studiosi del G.R.S. ed un ringraziamento ad Alessandro per il libro e la dedica.

Pagina Facebook dove richiedere il libro.

lunedì 20 luglio 2015

Zigantes de Pedras: Tomo I, Insediamento.




Dal tempo della pubblicazione del libro “La Luce del Toro” era desiderio degli autori
scrivere un testo ben più esaustivo. Il testo, nato come un singolo volume, è stato diviso sin
dall'inizio, per comodità, in tre parti principali: insediamento, architettura ed astronomia.
Per questioni editoriali, tuttavia, è stato necessario suddividere fisicamente le varie parti, ora
distinte in volume I: “Insediamento” in pratica uno studio sulle modalità adottate dai nuragici
per la costruzione dei loro monumenti eponimi, volume II: “Architettura”, che affronta il
tema da un punto di vista puramente costruttivo, ed infine il volume III: che tratta di “archeoastronomia”prenuragica e nuragica.
Questo primo volume, o “Tomo I”, di Zigantes de Pedras che il lettore si appresta a leggere, si focalizza sull'aspetto insediativo dei nuraghi,analizzando il soggetto sotto diversi punti di vista.
Il tema dei“nuraghi costieri” e dei nuraghi “portuali”, già affrontato in passato ed esposto in maniera preliminare dagli stessi autori sulle pagine della rivista “Sardegna Antica”, si ricollega a
quello dei nuraghi costruiti lungo le principali vie d'acqua, oltre che essere strettamente connesso al tema dei così detti “nuraghi comunicatori” e dei “sistemi a gruppi” o meglio“clusters”.
In definitiva questo primo volume, abbastanza contenuto e leggero nella trattazione,
espone le principali risposte secondo gli autori, sul perché i nuraghi vengano insediati
in particolari posizioni piuttosto che altre.
Attualmente è disponibile e potete richiedere la copia del Tomo I “Insediamento”, la vendita sarà disponibile solo per un periodo limitato. Potete ricevere il volume contattandoci attraverso la nostra pagina facebook o i nostri siti:


A breve termine saranno inseriti anche gli altri volumi e in questa sede verrà comunicato la loro disponibilità :
Tomo II “Architettura”

Tomo III “Archeoastronomia”

lunedì 27 ottobre 2014

Giornate di Studio in onore di Giovanni Lilliu (22-23/11/2014)


Giornate di Studio in onore di Giovanni Lilliu
nel centenario della sua nascita
Orroli - Villanovaforru 22-23 novembre 2014
Organizzazione generale: Mauro Perra, Paolo Bernardini

Programma

I giornata, 22 novembre, Orroli, Biblioteca Comunale
9,30 - Saluti del Sindaco Antonio Orgiana.
9,40 – Saluti Autorità.
10,00 - Presentazione di Vincenzo Santoni.
10,20 – Angela Antona, Giovanni Lilliu e la Gallura. “L’accantonamento culturale” alla luce delle nuove conoscenze.
10,40 – Giorgio Murru, La stratigrafia muraria di Su Nuraxi’e Cresia a Barumini.
11,00 - Coffee break
11,30 – Alberto Moravetti, Giovanni Lilliu e la Cultura di Monte Claro.
11,50 – Giacomo Paglietti, La stratigrafia nuragica del 1955: uno strumento ancora attuale alla luce delle nuove acquisizioni.
12,10 –Antonietta Boninu, Eredità e identità della conservazione dei beni archeologici.
12,30 –Nadia Canu, Giampiero Pianu, Lilliu e l’archeologia classica.
13,00 –Buffet
15,30 –Rossana Martorelli, Giovanni Lilliu, preistorico, sostenitore dell’archeologia cristiana.
15,50 –Rubens D’Oriano, Perchè non possiamo dirci nuragici:da Lilliu all'"archeosardismo".
16,10 - Mauro Perra, Giovanni Lilliu e le aristocrazie nuragiche.
16,30 –. Coffee Break
16,50 – Ginetto Bacco, La ceramica grezza altomedievale dal nuraghe Sa Jacca e la parallela produzione vascolare del Barigadu.
17,10 –Fulvia Lo Schiavo, Luciana Tocco, Giovanni Lilliu e la metallurgia nuragica: Il ripostiglio di s'Arrideli di Terralba.
17,30 – Riccardo Cicilloni, Il megalitismo preistorico nelle isole del Mediterraneo occidentale tra gli studi di Giovanni Lilliu e le nuove ricerche.
17,50 - Discussione
18,30 - Visita al Museo "Sa Dom'e su Nuraxi Arrubiu" di Orroli.
II giornata, 23 novembre, Villanovaforru, Hotel Funtana Noa
9,30 - Saluti del Sindaco Emanuela Cadeddu
9,40 – Saluti Autorità.
10,00 - Simonetta Angiolillo, Un ricordo di Giovanni Lilliu.
10,20 – Carlo Lugliè, Realtà materiale, discorso scientifico e ricostruzione archeologica: la Sardegna preistorica di Giovanni Lilliu.
10,40- Luisanna Usai, Religione e arte prenuragica negli scritti di Giovanni Lilliu.
11,00 - Coffee break
11,20 -Alessandro Usai, Giovanni Lilliu e Mont’e Prama.
11,40 –Fabrizio Frongia, Giovanni Lilliu, Barumini e l’UNESCO: alcune riflessioni su identità e patrimoni culturali.
12,00 –Fabio Pinna, Il ‘disegno progettuale’ di Giovanni Lilliu per l’archeologia medievale in Sardegna.
12,20 –Enrico Trudu, Giovanni Lilliu, Su Nuraxi di Barumini e la stratigrafia nuragica.
12,40- Paolo Bernardini, Giovanni Lilliu e i Fenici.
ore 13,00 Buffet
15,30 – Giulio Angioni, Giovanni Lilliu operatore politico-culturale.
15,50- Alfonso Stiglitz, "Gli itineranti del naufragio del millennio". Gli 'Shardana', i 'popoli del mare' e la Sardegna. Omaggio a Giovanni Lilliu.
16,10 - Paolo Benito Serra, L'ambra nei contesti tombali dell'orizzonte altomedievale della Sardegna.
16,30 - Coffee break
16,50 – Valentina Leonelli, Dal betilo aniconico al modello di nuraghe, il simbolismo. Un’altra eredità di Giovanni Lilliu.
17,10 - Discussione Generale
18,00-Conclusioni di Raimondo Zucca

18,30 Visita al Museo "Genna Maria" di Villanovaforru.

venerdì 19 settembre 2014

Perdas (19-20/09/14 Villa S. Antonio)



il 19 - 20 Settembre 2014 a Villa S.Antonio (Oristano) presso la piazza antistante la chiesetta di S. Antonio Abate.
Programma degli interventi
19 Settembre ore 19.00
Apertura dei lavori
19.00 – 19.30 Ivo Zoncu “ Pietre e suoni"
19.30 – 20.00 Giacobbe Manca "Pietre magico rituali in Sardegna”
20.00 – 20.30 Pinuccio Sciola “Pietre e armonia”
20.30 – 21.00 @Insopportabile “ Pietre, attente vedette del sardolicesimo
proiezione del film “Sciola oltre la pietra” di Franco Fais
21.45 saluti e ringraziamenti
Cena organizzata dalla Pro Loco per prenotare cell. 3471426833
20 Settembre ore 19.00
Apertura dei lavori
19.15 – 20.00 Salvatore Vacca “Pietre e la mente del corpo”
20.00 – 20.30 Carmine Piras “ Pietre e tecnica scultorea al tempo dei Guardiani del Sinis”
20.30 – 21.00 Mauro Aresu “Pietre ed Energie Vibrazionali”
21.00 – 21.45 Giacobbe Manca “Pietre ed evoluzione architettonica nuragica”
21.45 saluti e ringraziamenti.

venerdì 22 agosto 2014

Lo scavo delle Tombe di Su Fraigu a S. Sperate

Nel 1984 iniziai come tecnico di cantiere i lavori di ampliamento della ss 131 dal km 14+750 al km 18+100. I lavori prevedevano anche la costruzione di n. 2 cavalcavia. Uno era quello della foto. Da mesi erano iniziati i lavori e fino a quel momento nulla era mai emerso dai normali scavi stradali. Ma come sanno fare i cercatori d'oro o di petrolio, anche la Sovrintendenza sa dove trovare il suo greggio.
Quel giorno, fino a quel momento, era stato come tutti gli altri. Mi trovavo a dare istruzioni a un operatore di pala cingolata per asportare lo strato di coltre vegetale su una collinetta dove avremmo dovuto costruire le rampe e il cavalcavia in questione. Si fermò sul ciglio della strada una macchina e chi la conduceva mi si avvicinò presentandosi come assistente del prof. Giovannino Ugas, della Soprintendenza archeologica. Mi disse di continuare tranquillamente il mio lavoro. Nel frattempo, da un acquitrino a due passi da lì, si procurò delle canne e ricavatene dei picchetti incominciò a piantarli qui e lá sul terreno ormai ripulito dall'erba. "Scusi, ma perché pianta quei picchetti ?" Chiesi. "Con molta probabilità sotto ogni picchetto potrebbe esserci una tomba",mi rispose. E mi spiegò anche il perché. Poi dopo ore di lavoro aggiunse che da quel momento dovevo ritenere sospesi i lavori in quell'area. Ci impiegai poco a capire che ci tenevano d'occhio da tempo e non aspettavano altro che intervenissimo il quella specifica zona perché sapevano già che avrebbero potuto trovare proprio lì il loro greggio. E infatti fu così. L ANAS finanziò i lavori archeologici e la soprintendenza potè iniziare la sua campagna di scavo. I lavori durarono molto tempo.
Osservando bisturi, scopette, setacci, disegnatori, antropologi, potei soddisfare la curiostà dei miei giovani occhi seguendo l'avanzamento dei lavori e delle ipotesi che man mano si montavano e smontavano a secondo dei casi e dei ritrovamenti che emergevano. Chiaramente gli archeologi non proferivano parola, osservavano e andavano via. Gli operai, invece, che avevano la schiena china tutto il giorno sugli scavi, ogni tanto lasciavano trapelare qualcosa della loro arte e dei reperti che magari erano già stati portati via in tutta fretta in soprintendenza. Qualche volta capitai lì al momento giusto. Potei così godere di alcuni curiosissimi corredi funerari che ridavano vita nella mia mente a quelli scheletri così antichi quanto vicini per animo.
Evidentemente l'archeologo Giovannino Ugas aveva saputo scegliere bene il suo collaboratore. Infatti sotto quasi tutti quei picchetti, da lui infissi apparentemente alla rinfusa, furono rinvenute altrettante tombe, sepolture, nonchè quelle che dagli esperti sentivo chiamare "sacche nuragiche".
Nonostante il duro impegno nella costruzione della strada, quando passavo lì vicino non mancavo mai di avvicinarmi agli scavi. Per le maestranze archeologiche oramai ero diventato di casa, " novità ?" Ero solito chiedere. Devo dire che quello che mi fu detto fu detto con attento riserbo. E non so neanche se mi fu raccontato tutto sui reperti che effettivamente furono rinvenuti.
La superficie interessata dagli scavi ad occhio non superava i 1000 mq.
Le prime e la maggior parte delle sepolture rinvenute erano di tipo singolo, e senza un particolare ordine planimetrico. Consistevano nel modo più semplice e/o povero di seppellire un corpo. Dopo aver scavato una buca nel terreno, Il defunto veniva adagiato all'interno in posizione rannicchiata su un lato, poi ricoperto di terra. Questa particolare posizione era chiamata dagli esperti "Posizione Fetale".
Lo scavo archeologico della sepoltura avveniva invece a piccoli strati successivi e ogni strato documentato. Lo scheletro iniziava a comparire come spesso vediamo fare con i dinosauri. La terra man mano asportata veniva depositata in prossimità dello scavo fino a formare un piccolo cumulo. Successivamente veniva passata minuziosamente tutta al setaccio. E grazie a questo lavoro che un frammento piccolo come metá di uno stuzzicadenti e incrostato da potersi confondere facilmente con la terra poteva essere ripulito per presentarsi definitivamente ed essere catalogato per quello che era: " FORCINA PER CAPELLI ". Ricordo che in altre sepolture furono rinvenuti come corredi funerari vari tipi di vasellame.
Un giorno fui più fortunato. Capitai lì mentre era stato appena rinvenuto un singolare reperto. " Di cosa si tratta ?" Questa é la domanda che mi fu rivolta mentre mi avvicinavo a loro e contemporaneamente mi veniva mostrata con estrema cura e dolcezza una terracotta. " una piccola brocca" risposi di getto. "Guardala bene, cosa é ? Guarda questo !!!!" . Mi fu indicata una piccola protuberanza che si trovava in corrispondenza della parte alta della pancia della brocchetta. Questo capezzolo non era più grande di mezzo dito medio e aveva un forellino passante che partiva dalla punta fin dentro la brocca. Dovettero dirmelo, non ci sarei mai arrivato. Non ricordo, ma forse non sapevo ancora che era stato recuperato vicino allo scheletrino di un infante. Si trattava di un BIBERON d'altri tempi.
Non saprei dirvi quale sia la tecnica migliore per pescare le anguille. So per certo però, come ne pescammo una noi in cantiere. Eravamo intenti a scavare una piccola porzione di terreno per allargare la strada esistente. Arrivati a ridosso dell'acquitrino che si trovava ai piedi della collinetta oggetto degli scavi archeologici, l'escavatore affondò ancora la benna, questa volta però scomparve nella torba. Quando rispuntò fuori alta, con il suo carico di terra nera grondante d'acqua, a cavallo dei dentoni d'acciaio faceva bella mostra un'anguilla enorme. Una così grande non l'ho più rivista in vita mia. Sarà stata un metro di lunghezza o forse più. Lucente di un verde chiaro fluorescente che sfumava al giallo nel ventre. Cosa c'entra questo con l'archeologia lo pensai tempo dopo, collegandolo a un'altro fatto. Nel frattempo i lavori archeologici continuavano.
Di cosa si nutrivano i nostri antenati? Domanda stupida. Però fa un certo effetto immaginare che una piccola comunità, forse una famiglia, tantissimo tempo fa avesse consumato in prossimità delle tombe un'abbondante pasto di arselle. Forse per non attirare vespe, api, o altri insetti fastidiosi fecero un fossetto per terra grande come un secchio e vi riversarono dentro i gusci avanzati. Quando fu rinvenuto gli operai mi dissero trattarsi di una cosiddetta "SACCA NURAGICA".
Chissà se poi si chiamano veramente così. Non posso escludere che qualche operaio comune, per sentirsi importante ai miei occhi, estendesse terminologie sentite dagli archeologi a situazioni non appropriate. Comunque il ritrovamento di questi gusci lo collegai all'acquitrino a due passi da lì e logicamente al capitone che pescammo con l'escavatore. Una riflessione del tutto personale, s'intende' ma la presenza dell'acquitrino ricco di alimenti poteva giustificare la presenza dell'uomo nei d'intorni in vari periodi e perciò la necropoli con sepolture e tombe di epoche diverse.
Infatti, oltre alle sepolture singole effettuate direttamente su terreno, furono rinvenute anche delle vere e proprie tombe.
Sono passati ormai 30 anni da quei giorni. I ricordi sono un po offuscati e
non rammento più quante tombe a manufatto emersero. Due però me le ricordo con certezza, forse per la loro particolarità rispetto alle altre. Erano infatti tombe collettive.
La prima era di pianta regolare. Muratura perimetrale in pietra. La copertura ricavata con pietroni a lastra grossolana posati inclinati uno contro l'altro come si può fare con due carte da gioco. Nell'insieme aveva tutta l'aria di una piccola casetta tipo quelle di cartone con cui giocavano una volta i nostri figli, anche se più grande. Chiaramente tutto era sottoterra e durante lo scavo la prima cosa che emergeva era la copertura. Una tra le prime pietre rinvenute in copertura era inconfondibilmente lavorata dall'uomo. Scavata in modo regolare al modo di una vaschetta per la raccolta dell'acqua o di piccolo abbeveratoio, e probabilmente lo era stato. Non ricordo se fosse di calcare o arenaria, ma era una pietra eccessivamente porosa da sembrare una grossa spugna. Probabilmente proprio perché non tratteneva più l'acqua, i nostri antenati decisero di riutilizzarla per la costruzione della copertura della tomba. Dicevo prima che questa era la prima tomba collettiva messa in luce in questo sito. Il numero dei corpi, se la mente non mi inganna, era di 13. Gli scheletri vennero trovati come solito in vari strati successivi. Negli angoli all'interno della tomba furono trovati un certo numero di crani raccolti vicini tra di loro. Questo particolare testimoniava che i corpi furono seppelliti in tempi successivi. Evidentemente capitò che per seppellire un corpo si rese necessario creargli dello spazio tra i resti di precedenti morti. Alcuni crani, essendo la parte più voluminosa, vennero perciò spinti negli angoli della tomba prima di inserire il nuovo defunto.
Gli addetti agli scavi, in generale, non sembravano particolarmente colpiti da tutto quello che fino a lì era stato messo in luce. Evidentemente per loro era di routine. Ma a pochi metri di distanza da questa tomba ne avrebbero scavata un'altra che risollevò all'improvviso il loro interesse.
Si trattava di un'altra tomba collettiva. Si capì subito che era decisamente più importante della precedente, se non altro per le sue dimensioni. Sarà stata lunga dai 3 ai 4 metri e larga forse 1,80. Anche questa era confinata perimetralmente da una muratura in pietra calcarea di forma planimetrica leggermente ad ellisse. La profondità era ancora tutta da scoprire.
Le dimensioni della tomba in relazione al numero degli scheletri visibili, già dal primo strato di scavo, erano sufficienti a catturare l'attenzione e la curiosità di ogni persona che a vario titolo capitava lì. In piedi, e guardando verso il basso, tutti non riuscivano a far altro che rimanere ammutoliti. Così rimasi anch'io.
Gli addetti ricurvi sullo scavo con cazzuolini, scopini e altri attrezzi, avevano messo in luce dalla terra quella che a prima vista appariva come una impenetrabile giungla di ossa.
Quasi per caso presi di mira un teschio e scendendo con la vista attraverso la colonna vertebrale percorsi interamente il suo scheletro fino a tutte le periferie. In mezzo a tutti gli altri mi apparve infine chiaro questo corpo. Feci lo stesso esercizio con gli altri scheletri vicini e così via, finché tutto quello strato di ossa disordinate si trasformò chiaramente nelle sagome dei corpi deposti. Avevo davanti a me la stessa vista che un nostro antenato, secoli e secoli fa, lasciò alle sue spalle dopo aver deposto l'ultimo defunto.
Gli scavi continuavano lentamente. Finito uno strato si passava a quello successivo come si gira la pagina di un libro. Il numero dei defunti aumentava inarrestabile, 10, 20, 30, 40, 50,....100,...150....200 .. e ancora si scavava. Il computo avveniva in modo incrociato. Si contavano distintamente i teschi e i bacini, rispettivamente con numeri e lettere. Ricordo che a un certo punto il conteggio non tornava; il numero dei teschi non coincideva più con quello dei bacini. Non saprei dirvi il perché, tantomeno venni a conoscenza delle risultanze finali del computo.
Non ricordo se gli scheletri fossero in prevalenza maschi o femmine. Ma tra tutti, quello che mi é rimasto impresso era certamente di una donna, al punto che ancora oggi l'ho davanti agli occhi.
Il suo corpo era stato deposto supino, le braccia distese sui fianchi risalivano con gli avambracci verso l'addome. E lì, le mani, con i palmi simmetricamente rivolti verso il ventre sembravano proteggerlo. Sotto le mani giaceva rannicchiato uno scheletrino interamente ben formato. Era talmente piccolo che il cranio non era più spesso di un guscio d'uovo. Infatti risultava schiacciato in mille pezzi non avendo sopportato il peso sovrastante. Questa vista toccò profondamente tutti. La donna era sicuramente deceduta, e con lei il suo piccolo, in stato di gravidanza avanzata o forse di parto.
Fin dall'inizio, vista la quantità degli scheletri che andava aumentando, il tema conduttore dello scavo era diventato il " Mistero ".
Io ricordo oltre 200 scheletri ma ho letto in un post che si raggiunsero addirittura i 292.
Si trattava di un'epidemia, di morti in battaglia o cos'altro?
Purtroppo le analisi necessarie a risolvere il mistero sarebbero tante, multidisciplinari e sopratutto di valenza scientifica. Sicuramente il Direttore degli scavi, l'archeologo Giovannino Ugas, avrà pubblicato o quantomeno effettuato una relazione finale con scientifiche conclusioni. Rimando perciò la vostra ricerca presso gli istituti competenti.
Per quanto mi riguarda ho voluto raccontarvi i miei ricordi. Volutamente ho tralasciato di citare datazioni o altro relativamente a reperti e tombe. Questo per non incorrere nei classici errori del profano di turno che si cimenta in campi non suoi. E non escludo che, nonostante questa cautela, non possa averne commessi.
Però, tra i tanti interrogativi che mi posi a uno avrei potuto trovare risposta autonomamente. Il quesito era questo: se la causa fosse stata un'epidemia o si trattasse di morti in battaglia, sarebbero potuto starci in un sol momento 292 morti all'interno di una tomba di queste dimensioni ?
Se si riempisse una vasca d'acqua fino all'orlo e poi si immergesse un corpo, mediamente la quantità di acqua tracimante sarebbe di circa 90 litri, ovvero 0,09mc.
Perciò mc 0,09 * 292 corpi= mc 26 (volume specifico). Questo volume andrebbe maggiorato degli spazi vuoti che certamente si verrebbero a creare tra i corpi a contatto. Stimo perciò in modo restrittivo un aumento del 20% sul totale. Si otterrebbero così circa 31 mc ( volume totale necessario per farci stare 292 morti)
Considerando la tomba lunga circa mt 4,00 e larga 1,80 la sua superficie risulterebbe di mq 7,2.
Dividendo mc 31/mq 7,2 = mt 4,30 (altezza che avrebbe dovuto avere la tomba per contenere 292 morti deposti nello stesso periodo).
Non ricordo esattamente le misure della tomba, ma anche se fosse stata leggermente più lunga e più larga sicuramente non raggiungeva i 2,00 mt di altezza, anzi forse non arrivava a 1,60 mt. Altezza decisamente inferiore a quella necessaria di oltre 4 metri.
CONCLUSIONE
I morti furono deposti in tempi successivi abbastanza distanti tra loro da permettere nel frattempo la diminuzione del volume dei precedenti defunti. Caso contrario lo spazio non sarebbe risultato sufficiente a contenerli tutti. A mio giudizio perciò non si trattò nè di epidemia (leggi unica epidemia) ne tantomeno di morti in battaglia ( leggi unica battaglia).
Alla fine degli scavi fu costruita un ulteriore campata del cavalcavia per salvaguardare la tomba. Tante altre dopo essere state ben documentate furono reinterrate e finirono sotto i rilevati stradali.

Antonello Argiolas

domenica 3 novembre 2013

Videointervista di Contusu.it sulla Tomba dei Giganti di Quartu S. Elena

Con grande piacere riproponiamo la scoperta della Tomba dei Giganti di Niu Crobu (ribattezzata poi "Sa Tumba Cuada de Niu Crobu" o più semplicemente "Niu Crobu Cuada") scoperta da Alessandro Atzeni e Sandro Garau nel comune di Quartu S. Elena. Tramite questa video intervista vorremmo sensibilizzare il pubblico, nonché il comune di Quartu dell'impellente necessità di attivare delle campagne di scavo presso i suoi monumenti più importanti (come questa tomba) e di attuare una valorizzazione efficace affinché i nostri monumenti Nuragici (ben 40) possano essere fruiti dal pubblico. I complimenti vanno sopratutto al sito di www.contusu.it e ai suoi mitici admin per la costanza con cui portano avanti la loro piattaforma web, uno dei migliori siti di informazione sulla storia, la cultura, le tradizioni e l'archeologia della Sardegna.



lunedì 28 ottobre 2013

Svelato il mistero del collasso dell'età del Bronzo?


Cosa successe 3.200 anni fa sulle rive orientali del Mediterraneo?
"In pochissimo tempo, l'intero mondo dell'Età del Bronzo crollò", racconta Israel Finkelstein, archeologo dell'Università di Tel Aviv. "L'impero ittita, l'Egitto dei faraoni, la civiltà micenea in Grecia, il regno di Cipro, celebre per la produzione del rame, la grande città-mercato di Ugarit, sulla costa siriana, le città-Stato cananite, sotto l'egemonia egiziana: tutte queste civiltà scomparvero, e solo dopo qualche tempo furono rimpiazzate dai regni territoriali dell'Età del Ferro, come quelli di Israele e di Giuda".
Il mistero fa discutere gli scienziati da decenni. Si è pensato a guerre, pestilenze, disastri naturali improvvisi. Ora Finkelstein e i suoi colleghi ritengono di aver trovato una soluzione studiando particelle di polline estratti dai sedimenti estratti sul fondo del lago di Tiberiade (o mar di Galilea). A mettere in crisi quelle civiltà fu la siccità, anzi una serie di gravi periodi di siccità succedutisi nell'arco di 150 anni, tra il 1250 e il 1100 a.C. circa.
L'équipe ha preso in esame campioni di sedimenti depositati sul fondo del lago nel corso degli ultimi 9.000 anni, ed estratti grazie a carotaggi fino a 18 metri di profondità.
Le "impronte digitali" delle piante
"Ci siamo concentrati sull'intervallo di tempo tra il 3200 a.C. e il 500 a.C.", spiega Dafna Langgut, palinologa (ossia studiosa di antichi pollini) dell'Università di Tel Aviv e autrice, assieme a Finkelstein e al geologo dell'Università Thomas Litt, dello studio, pubblicato questa settimana sulla rivista Tel Aviv: Journal of the Institute of Archaeology of Tel Aviv University.
Studiando campioni di polline prelevati da strati di sedimenti depositati a intervalli di un quarantina d'anni, gli scienziati sono riusciti a ricostruire i cambiamenti avvenuti nella vegetazione. "I granelli di polline sono le 'impronte digitali' delle piante", dice Langgut. "Sono utilissimi per ricostruire le condizioni della vegetazione e del clima nell'antichità".
Intorno al 1250 a.C., gli scienziati hanno notato un netto calo della presenza di querce, pini e carrubi, la tradizionale flora del Mediterraneo durante l'Età del Bronzo, e un aumento delle piante che si trovano di solito in regioni semiaride. Si notava anche una grossa diminuzione degli ulivi, segno di una crisi dell'agricoltura. Tutto insomma faceva pensare che la regione fosse afflitta da siccità gravi e prolungate.
Carestie e tumulti
Gli anni fondamentali per il crollo, prosegue Finkelstein, furono probabilmente quelli tra il 1185 e il 1130 a.C., ma si trattò di un processo che avvenne su un arco di tempo abbastanza lungo. "Secondo me il cambiamento climatico può essere considerato una sorta di scintilla che diede il via a una serie di eventi a catena. Ad esempio, il crollo dei raccolti costrinse alcuni gruppi che abitavano nelle regioni settentrionali a migrare in cerca di cibo, magari scacciando altre comunità che a loro volta si spostarono per terra e per mare. Questa reazione a catena suscitò guerre e distruzioni e mise in crisi il delicato sistema commerciale del Mediterraneo orientale.
Le conclusioni raggiunte dagli scienziati, anche grazie alla datazione al radiocarbonio, coincidono quasi alla perfezione con i pochi resoconti storici del periodo, che appunto narrano di carestie, interruzioni delle rotte commerciali, tumulti, saccheggi e guerre per impadronirsi delle scarse risorse. La tarda Età del Bronzo fu anche il periodo in cui bande di predoni, detti "Popoli del mare" cominciarono a razziare le coste della regione.

La crisi finì solo con il ritorno delle piogge, quando le comunità costrette al nomadismo dalla fame poterono tornare stanziali.

Articolo originale su www.nationalgeographic.it

venerdì 4 ottobre 2013

L'ossidiana del Monte Arci (Sardegna) sin in Spagna!

Seis peças de obsidiana usadas por homens pré-históricos “viajaram” 1200 km há 6000 anos

LUSA 02/10/2013 - 15:12



Pedaços da rocha vulcânica, usada para fabricar ferramentas, foram transportadas, no Neolítico, da ilha da Sardenha até Barcelona.

Resultados divulgados esta quarta-feira por uma equipa investigadores do Conselho Superior de Investigações Científicas (CSIC) espanhol revelam que seis peças de obsidiana – uma rocha vulcânica negra e vidrada – encontradas em antigos túmulos na zona de Barcelona provêm, na realidade, do maciço vulcânico de Monte Arci, na ilha de Sardenha.

“Trata-se da máxima distância documentada até à data no transporte desta matéria-prima, uma rocha usada para elaborar ferramentas no Mediterrâneo Ocidental, durante o Neolítico”, refere o CSIC em comunicado.

As seis peças analisadas -- cinco folhas e uma matriz, a massa de matéria da que se extraíram as folhas -- teriam, segundo os investigadores, mais relação com o prestígio social dos seus donos do que com o fim para o que foram elaboradas, já que foram depositadas em túmulos individuais.

“O estudo das impressões de desgaste dos restos demonstra a sua utilização em actividades quotidianas, de modo que não se trata de oferendas funerárias”, explicam ainda os investigadores. “No entanto, a rareza desta matéria-prima no contexto geográfico estudado e a provável inacessibilidade a estes produtos da maior parte da sociedade conferem-lhes uma exclusividade específica”, explica Xavier Terradas, um dos autores do estudo publicado no na revista Journal of Archaeological Science.

Os seis fragmentos analisados provêm de cinco túmulos localizados na província de Barcelona: Can Tiana (Ripollet), Bòbila Madurell (Sant Quirze do Vallès), Can Gambús (Sabadell), Minas de Gavà e La Serreta (Villafranca de Penedès).

Os investigadores utilizaram fluorescência de raios X e uma outra técnica, conhecida por A-ICP-MS (Laser Ablation Inductively Coupled Plasma Mass Spectrometry), que permite analisar a ‘impressão digital’ química da peça e compará-la com o seu local de origem. “Este tipo de vidro vulcânico negro foi profusamente explorado durante o Neolítico. Os restos que analisámos percorreram mais de 1200 quilómetros e foram transportados por terra para á dos Pirenéus, já que é improvável uma navegação em mar aberto”, explica o cientista.

Segundo o CSIC, estes grupos neolíticos chegaram a participar em verdadeiras redes de intercâmbio de materiais, produtos e ideias mediante a difusão de produtos locais, como os ornamentos corporais elaborados com variscita das minas de Gavà ou o sal de Cardona (Barcelona). Ao mesmo tempo, recebiam produtos de fora, como os elaborados com sílex de origem provençal, machados de procedência alpina, ou artefactos talhados de obsidiana.

“Todos estes restos são singulares pela rareza das matérias com as que foram elaborados, procedentes de locais situados a centenas de quilómetros de distância e que provavelmente não estavam ao alcance de toda a população”, diz aindaTerradas. “Fica claro que estamos perante uma série de produções artesanais especializadas, com um objectivo claramente dirigido para o intercâmbio, cujo alcance se manifesta ao longo de um vasto território europeu”, conclui.


Os restos analisados no estudo serão expostos a partir de 18 de novembro na Residência dos Investigadores, em Barcelona.

sabato 18 maggio 2013

sabato 27 aprile 2013

Il Tempio di Giove a Bidonì




Il sito archeologico di Bidonì

Il Tempio di Giove, un'occasione persa

La Provincia di Oristano annovera una concentrazione di siti archeologici di prima importanza, come il porto di Tharros e le terme di Fordongianus. La romanizzazione del territorio ha lasciato tracce indelebili, che ancor oggi si impongono all'attenzione di tutti nella loro maestosità. Si aggiungano i siti archeologici pre-romani, come il nuraghe Losa o il pozzo sacro di Santa Cristina. Con il mare, le risorse enogastronomiche e il folklore (Sartiglia, Ardia, etc.) e con un adeguato sistema di trasporti, il patrimonio archeologico locale potrebbe divenire il polo di attrazione di un'offerta turistica di qualità.

Un esempio significativo è il tempio romano di Bidonì. Nei pressi dell'Omodeo, sulle pendici del Monte Onnarìu, la Romanità ci ha lasciato questo splendido esempio di architettura religiosa, probabilmente risalente al I secolo a.C.

L'iscrizione "Iovis" sull'altare testimonia che il tempio era dedicato a Giove, forse associato nella devozione popolare a preesistenti divinità locali.

L'area, scoperta nel 1996 da Armando Saba di Allai e già studiata da Raimondo Zucca, è ancora oggi chiusa al pubblico. La riapertura del sito potrebbe contribuire alla riscoperta di un momento storico, quello dell'incontro tra Romano-Italici e popolazioni autoctone, che è all'origine dell'identità etnica e culturale del territorio. In più potrebbe favorire lo sviluppo di una collaterale offerta alberghiera, enogastronomica e artigianale. In un momento di crisi come quello attuale, la valorizzazione del tempio romano di Bidonì è un'opportunità che le autorità statali e locali competenti devono assolutamente cogliere per il rilancio culturale, economico e sociale dell'alto Oristanese.

Articolo di Luca Cancelliere

Fonte: L'Unione Sarda", 21/04/2012

martedì 9 aprile 2013

L'oscura vicenda dei Giganti di Monte Prama

Ci sono in quei Giganti dei malanni un po' inquietanti...
Mercoledì, 31 ottobre 2012 - 10:36:00

di Fabio Isman

È raro trovare in un solo oggetto, o gruppo, la sintesi di tanti tra i malanni che, da sempre, affliggono i beni culturali in Italia; ma i Giganti sardi di Mont’e Prama ne racchiudono parecchi, e quindi servono da esempio: costituiscono (anche) una cartina di tornasole. Iniziamo da che cosa sono: forse, le più antiche sculture a tutto tondo nell’intero Mediterraneo, dopo quelle egizie; potrebbero essere addirittura precedenti ai “kouroi” greci; la loro nascita è misteriosa: c’è chi li data perfino al X-IX secolo a.C., quantunque probabilmente risalgano all’VIII. Sono un complesso senza pari, anche per l’entità: ritrovati cinquemiladuecento frammenti, dieci tonnellate di peso, che, ricomposti, hanno ridato vita (è il caso di dirlo) a venticinque statue tra guerrieri, arcieri e pugili, in arenaria e alti circa due metri, con alcuni modelli di nuraghe; recuperati quindici teste e ventidue busti. E ora, continuiamo con il resto, partendo dal ritrovamento. Siamo verso Cabras, a marzo 1974, vicino a Sinis (è sbagliato, siamo propriamente nel Sinis) ; arando un terreno, i contadini Sisinnio Poddi e Battista Meli urtano in qualcosa di strano. Spaventati, danno l’allarme. Intervengono i massimi archeologi sardi, Enrico Atzeni e Giovanni Lilliu (un Guerriero è perfino la copertina del suo libro La civiltà nuragica, 1982): la scoperta parte da qui. Ma i contadini aspettano ancora il premio di rinvenimento. Il primo malanno è la dimenticanza dei secoli; il secondo, quella delle istituzioni; e poi, c’è l’incuria. Ogni anno i frammenti venivano accantonati; e ogni anno, ci si accorgeva che il mucchio era più esiguo: forse qualcuno portava via le pietre, magari per usarle come materiale da costruzione.

Vengono subito organizzate campagne di scavo tra il 1975 e il 1979; le ultime, dirette da Carlo Tronchetti. Il bendiddio che, si è detto, era vicino a trentatre tombe a pozzetto affiancate, senza corredi funerari tranne un misterioso scarabeo egizio. I reperti sono trasportati al museo di Cagliari; e lì giaceranno per trentadue anni (è il secondo malanno), incredibilmente dimenticati. La maggiore scoperta sarda (e non solo) del dopoguerra è rimossa, nascosta, per nulla accudita: appena poche parti esposte nel museo del capoluogo, o prestate a qualche mostra. Se ne riparla finalmente nel 2007: a Sassari, al centro regionale di Li Punti, iniziano quattro anni di difficile, coraggioso, mirabolante restauro. Le opere, ricomposte, dal novembre 2011 vi sono esposte per la prima volta nella loro interezza. Chi le vuole del VII secolo a.C., chi le crede precedenti; chi le immagina in un santuario, chi le pensa dei giganti a guardia di una tomba principesca, mai trovata; intere, o in frammenti, decine di statue che restano misteriose, in un luogo, da sempre, tra i più densi di storia e di passato di tutta l’isola. Mont’e Prama significa monte Palma: monte anche se il rilievo è di cinquanta metri; la palma è quella nana, un tempo tipica della zona. Non lontano, è stato ipotizzato un santuario, un “heroon” dell’VIII secolo a.C., luogo funebre dedicato agli eroi; e la penisola del Sinis, su cui è prosperata la fenicia Tharros, è vicinissima, già abitata seimila anni or sono. Era un’importante area economica e commerciale, testa di ponte verso la penisola iberica: milletrecento anni avanti Cristo vi approdano i micenei e i filistei; è un grande centro della civiltà nuragica, iniziata tra il 1600 e il 1200 a.C., e certamente terminata prima del 700 a.C.: centosei monumenti di questo tipo nei dintorni, uno per chilometro quadrato, «sessantadue monotorre, trentasei più complessi, otto non definiti», dice l’ex soprintendente di Cagliari, Vincenzo Santoni. Per alcuni, i Giganti si possono identificare con i mitici Sherden, “popolo del mare” di allora, in qualche modo collegabili a uno tra i miti della fondazione dell’isola, colonizzata da Iolao con cinquanta Tespiadi: con un tempio in suo onore, di cui tante fonti parlano, dallo Pseudo-Aristotele, a Diodoro Siculo, Pausania e Silio Italico.

Nelle tombe, c’erano resti maschili e femminili, dai tredici ai cinquant’anni, una sepoltura per pozzetto. I Giganti sono successivi alle inumazioni. Hanno sopracciglia e naso assai marcati, sul viso triangolare; i grandi occhi sono due cerchi concentrici incisi; le bocche delle fessure, talora ad angolo. Sono tutti in piedi, con le gambe leggermente divaricate; poggiano su basi quadrangolari. Sul corpo hanno motivi geometrici incisi: linee parallele e a zig zag, cerchi concentrici; le trecce a rilievo, con motivi a spina di pesce. Forse, erano dipinti: un arciere reca ancora tracce di rosso. Ardui i confronti: li dice orientalizzanti Tronchetti, e nota richiami all’Etruria arcaica; Lilliu sottolinea i parallelismi con i bronzetti sardi; altri si spinge fino ai piceni e ai dauni. Che siano semplicemente un unicum, un “hapax” senza emuli noti? I pugili hanno uno strumento di difesa, che avvolgeva l’avambraccio; sono evidenziati ombelico e capezzoli, e portano un gonnellino: giochi sacri in onore del defunto? È il braccio destro a essere rivestito da una guaina; il sinistro è alzato e tiene alto uno scudo. Ci sono più varianti nei cinque arcieri ricostruiti: tunica corta e placca pettorale quadrangolare; gambali; arma imbracciata; faretra sulle spalle; almeno uno, ha un fodero di spada. Due i guerrieri con scudo tondo (ma ci sono altri pezzi di rotelle); l’elmo, cornuto, è talora zoomorfo. Cinque infine i modelli di nuraghi complessi, costituiti da più elementi, e venti quelli semplici; se ne vedono i terrazzi, sulle torri una cupola conica, sono alti fino a un metro e mezzo. Scavati pure dei “betili” (dall’ebraico “casa del dio”), pietre sacre prive di raffigurazioni, se non per quelle di porte e spesso due finestre incavate: Lilliu ci vedeva gli occhi di una divinità a protezione della tomba. Era un messaggio intimidatorio rivolto ai fenici, sbarcati sulla costa nell’VIII secolo? Qualcuno, però, crede di riconoscere mani orientali nella bottega scultorea.

Come avete capito, i Giganti di Mont’e Prama devono rispondere ancora a infinite domande: «La ricerca archeologica sul sito che ha restituito le statue ha da percorrere un lungo e appassionante cammino», dice il rettore dell’Università di Sassari, Attilio Mastino. Ma che costituiscano un complesso fondamentale, non c’è dubbio: anche il soprintendente di Cagliari, Marco Minoja, spiega: «Statue e sepolcri sembrano parti di un unico programma, teso a esaltare la grandezza e la potenza di un’aristocrazia in armi». E l’archeologo Marcello Madau: «Mont’e Prama e i suoi “kolossoi” sono un episodio chiave della storia dell’arte mondiale»; cinquemila pezzi, scaricati in età antica e probabilmente punica da chi distrusse il santuario, sopra una necropoli nuragica; «in quel periodo, i cartaginesi intervengono drasticamente sulla fenicia Tharros, dissacrandone i segni: ne diedi notizia nel 1991, dopo una scavo nell’area del “tofet”, il santuario». La discarica, certifica Tronchetti dai dati dei suoi scavi, non è avvenuta prima del finire del IV secolo a.C.: «Lo dice un frammento di anfora punica rinvenuto sotto un torso di statua». Restaurare non è stato semplice: i frammenti distesi su quattrocento metri quadrati; la pulitura; la ricerca degli attacchi; il modo per rimetterle in piedi. Alcune statue sono sufficientemente complete per capire; in altre, soccorre la ripetitività. Il Pugilatore è analogo a un bronzetto ritrovato verso Dorgali: Mont’e Prama ne ha restituiti sedici, con il loro scudo ricurvo rettangolare poggiato sulla testa; anche le loro parti inferiori del corpo sono scolpite in modo essenziale, e assai più dettagliata è invece la parte superiore. Più complessi i cinque Arcieri; forse, i tipi di arco sono due, il più grande poggiato su una spalla; la mano sinistra è rivestita da uno spesso guanto. Il più raffinato è il Guerriero, armato di uno scudo rotondo: alcuni elementi, in un primo tempo, erano stati attribuiti ad altre tipologie di Giganti. Ci sono poi i modelli di nuraghe; in tutta l’isola, Mont’e Prama è il contesto che ne ha restituiti di più: fino a cinquanta porzioni delle parti sommitali, parapetti, terrazze, torri; alcuni hanno un diametro di sessanta centimetri.

Ma ora si vuole separare questo “unicum”, ed è il penultimo tra i malanni che lo affliggono. Si prevede di esporre un nuraghe e una statua per tipo a Cagliari; il resto, vicino al sito del ritrovamento; a Li Punti, invece, la documentazione del restauro. A Cabras, però, il museo che dovrebbe ospitarli – ed ecco l’ultimo malanno – ancora non esiste. Per ora, dopo l’esposizione a Sassari, i Giganti sono tornati invisibili: sono in un laboratorio, per i rilievi fotogrammetrici, le scansioni digitali da cui trarre, magari, copie od olografie. Ma poi, dove finiranno? Parte, si è deciso, a Cagliari; ma il resto, di nuovo in un deposito, magari per altri trent’anni? Non solo: anche questa “diaspora” genera inquietudine e proteste. Un appello con mille firme autorevoli, a cominciare dall’archeologo Mario Torelli, è sul tavolo del ministro Ornaghi; Salvatore Settis ritiene «che il gruppo, decisamente, non debba essere smembrato», anche perché «la moltiplicazione delle sedi museali è tra le ragioni per cui i musei in tutto il mondo, diventati troppi, cominciano a chiudere, senza molti vantaggi né per le opere né per gli utenti». «Chiediamo di destinare, per le esigenze proprie di un museo come quello nazionale di Cagliari, copie a regola d’arte: di tutto il complesso», dice l’appello; intanto, l’unica certezza è che una rappresentanza dei Giganti stava per partire per le Olimpiadi di Londra e l’Esposizione universale in Corea: all’ultimo, per fortuna, non è accaduto, perché, si sa, i capolavori italiani viaggiano, addirittura troppo. Qualcuno raccoglierà il grido di dolore, o, una volta di più, le esigenze dello spettacolo trionferanno su quelle scientifiche?

Tratto dal numero di novembre della rivista Art e Dossier

venerdì 22 febbraio 2013

I Ballatoi dei Nuraghi secondo Pittau


Ballatoi terminali e modellini di nuraghi mai esistiti

Creato il 17 febbraio 2013 da Rosebudgiornalismo
di Massimo Pittau. Nel quadro generale di assurdità e di ridicolaggini relative alla civiltà nuragica tracciato da alcuni archeologi, ad iniziare da Antonio Taramelli fino a qualcuno vivente – quadro che è perfino offensivo per la intelligenza di noi Sardi – entrano anche la storiella del «ballatoio o terrazzino terminale» che avrebbero avuto i nuraghi e la storiella dei «modellini di nuraghi». Purtroppo non c’è opera o studio, sia che aspiri ad essere scientifico sia che abbia un intento di divulgazione, che non presenti i nuraghi col ballatoio terminale, come quello delle torri medioevali e post-medioevali. Ed invece questi “ballatoi” e quei “modellini” non esistono affatto e non sono esistiti mai.
I supposti “ballatoi”
L’archeologo che ha scavato il Nuraxi di Barumini ha ritenuto di poter affermare l’esistenza del ballatoio terminale nel grande nuraghe in base al ritrovamento, non in situ, ma sparsi nel terreno, di lunghi massi che egli ha considerato “mensoloni”, i quali appunto avrebbero sostenuto il “ballatoio” terminale dell’imponente edificio.
Egli ha pure disegnato quella che sarebbe stata la posizione originaria di quei mensoloni, ma purtroppo in una maniera tale che è chiaramente contraria alle leggi della statica. Sul piano funzionale egli ha sostenuto che il ballatoio serviva ai guerrieri assediati nella supposta grande fortezza, a far sì che i massi scaraventati sui nemici cadessero a perpendicolo su di essi (quasi che rimbalzando sulla muraglia inclinata non potessero essere altrettanto dannosi!).
 Senonché nessun nuraghe ha mai avuto un “terrazzino o ballatoio terminale”, per il fatto essenziale che lo impediva la tecnica costruttiva di allora, fondata sull’uso esclusivo della “pietra”, per di più senza l’uso di alcuna malta.
Si deve considerare che la costruzione dei ballatoi terminali degli antichi campanili, torri e castelli è stata possibile solamente dopo l’uso di mattoni cotti, cementati da malte molto resistenti. Però nessuno studioso ha mai affermato e tanto meno dimostrato che i nuraghi avessero sulla cima ballatoi costruiti con mattoni e cementati con una qualsiasi malta.
Questa “favola” dei ballatoi terminali dei nuraghi, messa in bella mostra dai cartelloni esplicativi di nuraghi monumentali e dei nostri musei e dai pieghevoli pubblicitari ad uso dei turisti, è partita – come dicevo poco fa – dal ritrovamento, ai piedi prima del Nuraxi di Barumini e dopo di numerosi altri nuraghi, di “mensoloni” che avrebbero per l’appunto avuto la funzione di sorreggere quei “ballatoi”.
Io però avevo pubblicato, già nel 1970 e poi di recente nel 2006, le fotografie di mensoloni situati ancora in situ, sulla cima dei Tresnurachesdi Nùoro e del nuraghe Albucciu di Arzachena, i quali risultano separati l’uno dall’altro e intervallati, in una posizione che non ha alcuna funzionalità pratica, mentre mostra di averne una semplicemente decorativa, esattamente come fanno i mensoloni che si trovano sulla cima delle torri dell’Elefante e di san Pancrazio di Cagliari e del Castello dei Malaspina di Bosa (M. Pittau, La Sardegna Nuragica, Cagliari 2006, Edizioni della Torre, pagg. 64, 65; M. Pittau, Il Sardus Pater e i Guerrieri di Monti Prama, Sassari 2009, II ediz., EDES, pag. 16).
A questi esempi sono oggi in grado di aggiungere le fotografie di un nuraghe dei monti di Baunei, che mi sono state fornite da un mio amico del luogo:
Insomma i mensoloni terminali dei nuraghi in effetti determinavano e costituivano una “corona radiata” con funzione decorativa dell’edificio. Ma oltre che funzione decorativa i mensoloni del Nuraxi di Barumini e di altri numerosi nuraghi potevano forse avere una funzione simbolico-religiosa, indicante i raggi del Sole, divinità che indubbiamente anche i Nuragici adoravano.
I supposti “modellini di nuraghe”
Dei “modellini di nuraghe” per il vero si faceva un gran parlare da molto tempo, ma il loro entrare prepotente nelle discussioni è venuto dopo che – finalmente – sono stati effettuati un po’ di scavi nel sito dove sono stati trovati gli ormai famosi Guerrieri di Monti Prama. Uno degli archeologi che hanno effettuato gli scavi ha ritenuto di aver trovati ben 8 modelli di “nuraghi complessi” e poi altri 13 modellini di “nuraghi singoli”. Per il vero egli ha manifestato una notevole difficoltà quando ha tentato di metter su una spiegazione di questi troppo numerosi “modelli e modellini di nuraghi”, ma soprattutto è caduto nell’errore di interpretare un elemento conico che sta sulla cima di questi “modellini” come «la copertura della scala di accesso al terrazzo superiore».
Ma di che materiale sarebbe stata fatta questa “copertura della scala”? forse di plexi-glas? E quale riscontro archeologico è stato mai trovato per essa? Perché quell’elemento conico o cupoletta risulta al centro della cima del “modellino” e non decentrata, come decentrata risulta essere sempre la scala di tutti i nuraghi?
In realtà i supposti 8 modelli di nuraghi complessi non sono altro – come è stato giustamente detto da un altro archeologo – che “basi di colonne” e “capitelli” del tempio ivi esistente.  
E nemmeno le altre 13 statuette, alte una trentina di centimetri, sono “modellini di nuraghe”, I) perché risultano troppo alte e sottili, II) perché la loro cima non indica affatto il “ballatoio” dei nuraghi, che non è esistito in nessun nuraghe, III) perché non portano alcun segno per indicare un elemento architettonico indispensabile, l’”ingresso”; IV) alte come sono avrebbero dovuto avere anche un segno di qualche finestrone, come di fatto si constata in alcuni nuraghi piuttosto alti.
In realtà le 13 statuette di Monti Prama non sono altro che miniature di “lucerne” o di “candelabri”, la cui cupoletta finale indica la fiamma accesa.
Si deve considerare con attenzione che la presenza di lucerne ocandelabri in miniatura nel sito di Monti Prama ha una sua esatta motivazione nel fatto che erano in un sito sacrale e precisamente in un tempio dedicato al Sardus Pater. Invece eventuali “modellini di nuraghe” quale mai motivazione potevano avere nel tempio e, più in generale, in qualsiasi altro sito? Che senso aveva e quale spiegazione aveva la fabbricazione di molti “modellini di nuraghe” in generale? Nella sala delle riunioni del nuraghe di Palmavera di Alghero la presenza di un altare a forma di coppa o calice ha un senso in vista delle importanti decisioni politico-religiose che vi si prendevano, mentre la presenza di un “grande modello di nuraghe” – come è stato comicamente detto e scritto – non ha alcun senso né alcuna spiegazione.
E pure grandemente errata è la spiegazione che è stata data e corre in giro del cosiddetto “Modellino di Olmedo”. Questo non era affatto il modellino in bronzo di un nuraghe quadrilobato, I) perché i suoi 5 bracci risultano troppo alti e sottili, II) perché la loro cima non indica affatto il “ballatoio” dei nuraghi, che non è esistito in nessun nuraghe, III) perché non portano alcun segno, in quella che dovrebbe essere la lunga cerchia muraria, per indicare un elemento architettonico indispensabile, l’”ingresso”; IV) alti come sono i 5 bracci e soprattutto quello centrale avrebbero dovuto avere anche il segno di qualche finestrone nella loro muraglia e invece non ne hanno alcuno.
E le stesse identiche obiezioni muovo per il bronzetto di Ittireddu, anch’esso erroneamente interpretato come “modellino di nuraghe”.
Invece, a mio giudizio, anche quelli di Olmedo e di Ittireddu non sono altro che il modellino di una lucerna, una “lucerna plurima” a 5 bracci o becchi, analoga ad una plurima di terracotta che è stata trovata a Sant’Antioco. Ed anche a questo proposito vale la importante considerazione or ora fatta: nelle caratteristiche di sacralità che valeva per tutti i bronzetti nuragici – dato che costituivano tutti altrettanti doni fatti alle varie divinità – la riproduzione di una lucerna plurima si spiega perfettamente, la riproduzione di un nuraghe plurimo o polilobato non trova alcuna spiegazione.
È verosimile che queste due lucerne plurime implichino anche una “simbologia cosmica”, come ha scritto il mio amico architetto Franco Laner: i bracci dei quattro spigoli rappresenterebbero i quattro punti cardinali, mentre il braccio centrale rappresenterebbe la dimensione verticale dell’alto e del basso.
In proposito è da ricordare che questa medesima simbologia probabilmente esisteva anche nella cosiddetta “Tomba di Porsenna” di Chiusi, in Etruria.
La “favola” del ballatoio terminale dei nuraghi è entrata anche nella fabbricazione del cosiddetto “modellino di nuraghe quadrilobato di San Sperate”, in pietra arenaria giallo-rosa, esposto in bella evidenza nel Museo di Cagliari, che io di recente ho dimostrato essere nient’altro che un grossolano ed anche ridicolo “falso”. Che di falso si tratti, scolpito da qualcuno che quasi certamente si potrebbe riconoscere dalle carte che riguardano l’acquisizione dell’oggetto da parte della Soprintendenza Archeologica di Cagliari, è dimostrato chiaramente da alcuni fatti, ma soprattutto da due particolari: I) Il supposto modello di nuraghe presenta un “porticato” che costituirebbe la base dell’edificio; 2) Il muro dei quattro torrioni presenta nella sua parte finale una “rientranza circolare”. Senonché si tratta di due particolari costruttivi che da un lato non si ritrovano in nessun nuraghe reale, dall’altro avrebbero impedito la prosecuzione della costruzione del nuraghe stesso, il quale sarebbe crollato subito, con la messa in opera dei successivi cerchi di massi.
Infine l’oggetto sembra appena uscito dall’officina di uno scultore (e ben a ragione!), dato che presenta molti spigoli della pietra ancora vivi ed intatti.

Fonte immagini a corredo dell’articolo, Massimo Pittau.

Tratto da PaperBlog
http://it.paperblog.com/ballatoi-terminali-e-modellini-di-nuraghi-mai-esistiti-1650328/